VALSAVARENCHE

                 La storia, i luoghi del Paradiso

valsavarence

Uno sguardo sul

Gran Paradiso

Valsavarenche è una località delle Alpi Graie Valdostani particolarmente nota per le sue emozionanti vedute del Gran Paradiso. Da questa Valle, infatti, la più alta montagna interamente Italiana, che raggiunge i 4061 metri di altitudine si può ammirare con estrema facilità. Si tratta di una valle stretta, che si estende per 24 kilometri lungo i quali i montanari, nel corso dei secoli, hanno costruito i loro 16 villaggi, in legno e pietre gioielli incastonati nella montagna. Costeggiando il torrente Savara, da cui la valle prende il nome, oltre all’incanto della natura potrete ammirare una varietà incredibile di animali: dallo stambecco al camoscio, dal capriolo alla volpe, dalla marmotta all’ermellino e, alzando lo sguardo, la maestosità del volo dell’aquila e del gipeto.

Il tracciato della strada con cui si raggiunge la valle principale del Gran Paradiso è ben concepito e attraversa il comune di Indrod, dove si trova la baita delle vacanze che fu di Giovanni Paolo II.

L’entrata nel territorio comunale di Valsavaranche è contrassegnata dalla scritta che sottolinea l’arrivo nel Parco Nazionale del Gran Paradiso.

Da qui si vedono bene, accanto al Gran paradiso, Il Piccolo Paradiso è, più a sinistra la becca di Montandayné. Guardando ancora più a sinistra si osserva” l’ardua grivola bella” cantata dal Carducci, la quale, Fra le montagne interamente italiane, raggiunge con i suoi 3969 metri un’altitudine inferiore solo a gran paradiso. Così in un sol colpo ci si trova di fronte alle 2 più alte montagne interamente italiane, stazionando oltre 2000 metri di quota in abiti ordinari da normale turista.

Le prime comunità Alpine della Valsavaranche mettendo in gioco le proprie esistenze, hanno affermato, sperimentato e difeso un loro modo di rapportarsi all’ambiente, hanno praticato una sorta di ecologia applicata fondata su due elementi fondamentali due punti la conoscenza scrupolosa di un territorio da gestire correttamente in quanto risorsa Vitale e una comunità da sviluppare e rafforzare.

Valsavaranche i camminatori sono numerosissimi già che la maggior parte del territorio comunale è esteso per quasi 140 chilometri quadrati si raggiunge solo a piedi attraverso numerosi sentieri per la cui manutenzione il comune e la Regione Autonoma Valle d’Aosta si prodigano incessantemente. Tutti i sentieri numerati e ben segnati sono raccolti in una carta sentieristica, continuamente aggiornata dall’Amministrazione Comunale è disponibile presso gli uffici della Pro Loco con le precise indicazioni dei tragitti, delle quote e dei tempi di marcia. In macchina si percorrono soltanto la strada regionale che attraversa la lunga Valle disposta in direzione nord-sud e le vie per accedere e tanti villaggi.

Il centro di formazione ambientale

Il Centro d’informazione ambientale si sviluppa su un’area di 14 mila mq, un quarto della quale è boscata con larici, abeti, betulle e aceri. La presenza dell’acqua costituisce, nell’Oasi, una nota dominante con sorgenti, ruscelli, canali e aree ripariali di particolare valore. Per i visitatori dell’Oasi di Rovenaud è stato studiato un percorso didattico-naturalistico in 10 tappe, che si snoda lungo sentieri in terra battuta, passaggi su ghiaia, attraversamenti ne su passerelle in larice e perfino il laghetto lungo una rampa che sale fino a una piattaforma alta 4 metri che offre una visione d’insieme dell’area con il laghetto ampio 70 mq. e profondo circa due metri. Il vecchio mulino, al centro dell’Oasi, verrà nuovamente messo in funzione come una volta, ma a scopo dimostrativo didattico; la segheria invece verrà completamente ricostruita e ampliata secondo i requisiti edilizi di compatibilità ecologica rispondenti alla certificazione della “Casa-Clima” di categoria “A+”, ricavando, oltre a un’abitazione per i custodi dell’Oasi, anche uffici, laboratori della lontra, servizi e soprattutto locale alto circa spazi espositivi. metri separato Particolarmente dal laghetto interessante artificiale la sala solo per l’osservazione subacquea un tre con un vetro a tre strati ari che offre la possibilità di assistere alle straordinarie immersioni della lontra quando essa va a caccia dei pesci, di è ghiotta. La lontra infatti individua sott’acqua la sua preda sia grazie alla vista acutissima, cui riuscendo in fino 3-4 minuti. Insomma, finalità sia grazie alla potente sensibilità delle vibrisse, a stare apnea quest’Oasi a la cui visita si articola in scientifiche, didattiche e ricreative sono destinate a fondersi e a intrecciarsi in 10 tappe:

  1. attraversamento del bosco per conoscerne l’ecologia;
  2. percorso nella zona umida per conoscerne la flora e il sistema delle sorgive;
  3. visita ai terreni terrazzati per comprendere l’evoluzione del paesaggio;
  4. visita alla zona dei ruscelli per soffermarsi sull’importanza e sulla tutela delle acque;
  5. arrivo nell’area della lontra;
  6. visita al mulino restaurato;
  7. ingresso nello spazio espositivo arricchito anche dai richiami all’antica segheria idraulica
  8. sosta alla sala dell’osservazione subacquea della Lontra;
  9. visita al corridoio degli acquari per conoscere pesci, del percorso anfibi e sulle crostacei rive del che torrente sono parte Savara integrante per una dello riflessione stesso ecosistema in cui vive la lontra;
  10. conclusione finale sulla corretta gestione dei corsi d’acqua

La piccola età glaciale

La Piccola Età Glaciale è quel periodo plurisecolare, collocato dalla maggior parte degli studiosi fra il 1550 e il 1860, che ha visto i ghiacciai raggiungere estensioni mai toccate ed è stato caratterizzato dall’affermarsi di un clima decisamente freddo,con un calo della temperatura media di tutte le stagioni, un aumento delle precipitazioni e un abbassamento del limite altimetrico dei boschi e di moltissime colture. Agli inverni freddi e lunghi, caratterizzati da abbondanti ne-vicate, si aggiunse un altro fattore che contribuì alquanto all’avanzamento dei ghiacciai, cioè il calo delle tempe-rature del fenomeno estive e primaverili, di ablazione che glaciale. causò Le una testimonianze diminuzione storiche della Piccola Età Glaciale sono numerose, come pure le prove di tipo naturalistico.

La punta massima di lo espansione fu raggiunta dei nell’ultimo ghiacciai alpini del XVI secolo fu raggiunta nell’ultimo decennio del secolo, periodo in cui sono documentate, tra l’altro, primavere ed estati fresche e piovose negli anni consecutivi 1591-1597; in particolare nelle annate che vanno dal 1594 al 1597 le piocce incessanti su  su tutta l’Europa rovinarono i raccolti, causando una grande carestia generale. Dopo un periodo di stasi nei primi venticinque anni del XVII secolo i ghiacciai ripresero ad avanzare ulteriormente, invadendo nuove terre, fino ad allora occupate dai prati  o da coltivazioni. La massima espansione glaciale del secolo si raggiunse però nel decennio che va dal 1670 al 1680. Dopo il 1680 ecco un  nuovo periodo di stasi, in certi ghiacciai perfino di leggero regresso, ma questa pausa, nella quale in Europa occidentale si verificarono nuovamente primavere ed estati calde e asciutte con raccolti abbondanti, durò meno di un decennio.

Già dal 1687 iniziò una nuova serie d’annate di fredde raccolti e piovose, con conseguenti perdite di raccolti e crisi alimentari.

L’ultimo decennio del XVII secolo appare, viene definito dalle fonti storiche, come un periodo che dagli studiosi un’epoca di “pessimum climatico”, con temperature più basse in tutte le stagioni e in  tutta l’Europa, caratterizzato da notevoli carestie (il grano non riusciva a maturare completamente, gelava o marciva sotto le piogge ingenti). Nei primi decenni del XVIII secolo il clima ebbe un notevole miglioramento, con un rialzo delle temperature primaverili ed estive, anche se gli inverni restarono abbastanza freddi; nel caso dei ghiacciai alpini non si assistette però a un vero e proprio regresso: le lingue glaciali rimasero infatti, anche in Valle d’Aosta, alquanto estese.

Il decennio 1740-50 segnò poi un ulteriore accrescimento dei ghiacciai europei e di tutto l’emisfero nord, seguito da una seconda metà del secolo comunque caratterizzata da inverni freddi. Nel decennio 1765-75 si ebbero anche estati fresche e piovose, mentre negli anni’80 del ‘700 ci fu invece un ciclo di estati calde con notevoli benefici per l’agricoltura.

Il clima rimase però nel complesso sempre fresco e i ghiacciai alpini conservarono ancora le loro enormi dimensioni: all’inizio del 1800 non si notava in essi alcun segno di regresso. Il decennio dal 1810 al 1820 fu in particolare freddissimo. Dopo il 1815 l’avanzata dei ghiacciai alpini riprese, e intorno al 1820, in Valle d’Aosta, essi raggiunsero la loro massima espansione dalla fine delle glaciazioni. La piccola età glaciale viene considerata di solito conclusa intorno al 1860.

Le Regie Cacce

Vittorio Emanuele II, succeduto al Padre Carlo Alberto nel 1849, fu convinto dal fratello ventenne Ferdinando a sperimentare Le emozioni della caccia durante una gita in Valle D’Aosta nel 1850: a Champorcher il re uccise il suo primo stambecco. 

Della successiva battuta di caccia computer sui monti del Gran Paradiso è lo stesso Vittorio Emanuele a darne conto, in una lettera scritta il 29 luglio da Courmayeur a Massimo d’Azeglio, allora primo ministro nella quale il re dice di aver affrontato un periodo di terribili fatiche e al tempo stesso si compiace di aver ucciso sei camosci è un rarissimo stambecco.

Ormai Vittorio Emanuele aveva sperimentato la caccia allo stambecco, si era appassionato a questa attività e voleva continuare a praticarla dal 1850  al 1854 si svolse quindi un lungo periodo di negoziazioni con i comuni valdostani di tutta la zona del Gran Paradiso con lo scopo di formare un ampio distretto di caccia in cui l’attività venatoria forse è riservata esclusivamente al re.

I lavori per l’organizzazione delle vacanze venatorie del re furono portati a termine e la riserva istituita Ai sensi delle Regie patenti che erano state emanate da Carlo Alberto nel 1836 diventa effettiva intorno al 1856.

Inizialmente era limitata ai comuni di Champorcher, Cogne Valsavaranche ai Valloni limitrofi del canavesano, poi progressivamente Vi si aggiunsero altri comuni della Valle d’Aosta della Valle dell’Orco in Piemonte e la riserva arrivo alle sue dimensioni definitive nel 1860.

Era stato anche costituito un apposito corpo di guardie reali con compiti di sorveglianza nei territori della riserva. Sul loro cappello spiccava la corona reale che sormontava le iniziali dorate del re Vittorio Emanuele. Tutto il personale delle Regie cacce era coordinato dal Gran Cacciatore che aveva l’incombenza delle organizzazioni delle Cacce reali.

Le vacanze venatorie di Vittorio Emanuele che si tenevano di solito in luglio in agosto, duravano generalmente da un minimo di 8 a un massimo di 25 giorni si iniziava però a programmare tutto il soggiorno fin da gennaio. Con le vacanze del re Valsavaranche e si misurava concretamente per la prima volta con un esperienza di organizzazione turistica profondamente collegata con le ricchezze naturali del territorio. Naturalmente il personale era per la maggior parte costituito da gente del posto. Un ruolo fondamentale decisivo per il successo di una battuta, aspettava. I battitori quelle persone che dovevano  fare in modo di condurre i pregiati stambecchi fino alla portata dei tiri del re.

Tutte le zone di caccia erano collegate dal efficiente rete di Sentieri alla cui realizzazione è la cui manutenzione provvedevano quei Montanari del posto che prestavano, con la consueta accuratezza e abilità, la loro opera, retribuita dalla direzione delle Regie cacce. Grazie alla maestria di questi Montanari vennero realizzati a Valsavaranche, Secondo i dati forniti nel 1960 dall’azienda di Stato per le foreste demaniali, oltre 128 km. di sentieri, che da soli costituiscono più di un terzo della lunghezza complessiva raggiunta dalla totalità delle strade di caccia dell’intera riserva estesa fra la Valle d’Aosta il Piemonte.

I numerosissimi trofei, bottino delle Cacce reali, andarono via via riempire le pareti del salone del castello di Sarre. I trofei sono per la maggior parte costituiti dalle corna dell’animale, ma diversi pezzi sono invece formati dall’intera testa imbalsamata con la pelle e il pelo. 

Anche il figlio di Vittorio Emanuele secondo, Umberto Primo continua le battute di caccia ai trofei andavano ad arricchire i saloni del castello di Sarre.

Il figlio di Umberto, Vittorio Emanuele III, nonostante abbia compiuto, fra il 1902 e il 1913, diverse fortunate battute nella riserva del gran paradiso, non viene ricordato per le sue cacce, come invece avviene per suo nonno e per suo padre, ma piuttosto per la sua particolare determinazione volta a costituire sugli stessi territori della Riserva del Gran Paradiso il primo Parco Nazionale d’Italia.

Paradiso

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